Bisogna dire la verità. Sempre. Dire come stai, rompere i coglioni, mostrare il vero. Più butti sotto al tappeto, peggio andrà. Misurare la propria vita con la lente della sincerità, con severità, maleducazione, lacrime. La vita chiede verità, energia per sciogliere i nodi, non energia per farli. Guardare il proprio ombelico, se è dentro o fuori, apprezzare la fattezza delle nostre ossa, congratularsi con il nostro sesso anche solo per la sua esistenza, far sapere la nostra felicità nell'incontrare le persone che amiamo.
Devono avere paura di dire cazzate.
Devono stare attenti, pensarci, pensare.
Non è più il tempo di lasciar andare per quieto vivere.
Non c'è più tempo. Ogni compromesso è bandito.
Devono avere paura.
La rivoluzione ha sempre una possibilità. Che tu lo voglia o no.
Corre su fili nervosi, non c'entra la testa. Come un orgasmo, senza possibilità di controllo, è imprevedibile.
C'è da perdersi
Allontanare tutto, questo ci insegnano.
Allontanare la possibilità di essere altrimenti, per la paura di quello che può succedere.
Allontanare la possibilità di altro tempo, con un lavoro che ce lo ruba, il tempo.
Allontanare il tempo di parlare con i gatti e capire come diavolo fanno a trovare tutto quel tempo solo per lavarsi.
Allontanare tutti quelli che non fanno parte, che parlano diverso, che pensano male, che sono vestiti strani, che godono differentemente.
E più ci allontaniamo più è difficile riconoscere gli esseri umani. Che come unica cosa in comune, hanno che sono tutti diversi. Come le onde, come i gatti, come i vini, come i venti, come le fragole, come gli amori, come i genitori, come le estati.
Allontanare tutto. Questo ci insegnano. Per non riconoscerci più.
Il diverso è quello uguale. Troppo uguale per essere vero. Guarda: è vestito come me, è pettinato come me, anche lui ha un'auto, votiamo lo stesso partito, se qualcuno ci chiede l'elemosina diciamo la stessa scusa, citiamo lo stesso programma televisivo. Cazzo sei uguale a me. C'è qualcosa che non va. La tua ragazza è finta bionda? Sì. Cazzo, anche la mia. Allora sono uguali anche loro.
Una preghiera naturale, una parola, senza premesse o richieste da esaudire.
La volontà di sapere, di essere certi di qualcosa. Che nei casi della natura non c'è torto o ragione, ma semplicemente la natura.
La bellezza di affermare che siamo qui, e qui siamo per qualcosa. Che le relazioni tra di noi danno il senso del nostro stare qui.
L'ironia di dire che l'arroganza e l'ipocrisia, quando vengono nominate, arrossiscono, e si vede.
La semplicità di ammettere che tutto ciò che riguarda me e solo me, non è niente. La sicurezza, l'equilibrio, il profitto sono niente.
Una preghiera per muoversi, annusare, guardare e andare.
Una preghiera per dire, quando nessuno ascolta. Per fare, quando nessuno fa. Per domandare, quando tutti rispondono. Per tentare di sbagliare, quando tutti cercano di fare giusto.
Una preghiera per affermare due verità.
Il disequilibrio genera vita.
Less is more.
Annuncio orgoglioso l'uscita per Libertà Edizioni dell'ebook di 'Salud'.
Ecco il link: http://www.libertaedizioni.net/catalogo_ebooks_21-40
Presto arriverà anche la versione cartacea, da comprare online, oppure quando faccio lo spettacolo.
BANDO PER LA GIORNATA DELLA DONNA
se un giorno vi chiederanno
cosa rimpiangete di non aver fatto nella vostra vita
provate a rispondere:
non ho visto ballare Shabana
Le associazioni ABRACALAM e VIA di Padova dedicano la Giornata della Donna
alla memoria di Shabana. Chiunque desideri offrire una performance di danza
o di teatro, una poesia, una canzone o una musica, una foto, un video, o
un’installazione… può partecipare a:
PALCO APERTO PER SHABANA
Sabato 7 marzo dalle ore 21, c/o circolo PIXELLE, via turazza, 19/4, Padova
Domenica 8 marzo dalle ore 21, c/o circolo FAHRENHEIT, via tommaseo 96/a,
Padova
Shabana, la più famosa delle ballerine di Mingora, poco a nord di Peshawar
(Pakistan), è stata uccisa ai primi di gennaio con un inganno. Quattro
«clienti» l'avevano contattata nel Banr Bazar, e chiesto di danzare per
loro. Era tanto che non si esibiva in pubblico, troppo pericoloso: solo
qualche video o festa privata. Magari quella sera un sospetto lo ha avuto,
Shabana. Ma ha aperto lo stesso, si è vestita per ballare. Per l'ultima
volta: gli uomini l'hanno prima insultata, poi trascinata in piazza, le
hanno sparato. Sul corpo hanno gettato pallottole, banconote, cd, dvd e foto
con le sue performance.
Le ultime danzatrici di Mingora hanno chiuso bottega e sono scappate a sud.
Molte erano allieve di Shabana, come lei apprezzate per la pelle
particolarmente chiara dei pashtun. L'alleanza politica dei partiti islamici
radicali, la Mma, qui è potente. Ancor più lo è il Tehreek-e-Taliban,
movimento militare qaedista. Gli effetti? Chiusi i barbieri, i negozi di
video e musica, le bambine bandite dalle scuole, le donne da ogni lavoro e
perfino dai mercati (sola eccezione: le infermiere).
Shabama è ora un esempio ed un simbolo. E' purtroppo un esempio chiaro ed
evidente consegnato a tutte quelle donne che sono costrette a vivere o
sperano di poter vivere, in paesi in cui regna sovrano l'integralismo; ma
Shabana è anche un simbolo di riscatto per quanti sanno opporsi in ogni modo
e con ogni mezzo , anche a rischio della vita, ad ogni forma di integralismo
e di oscurantismo.
…perché questa notizia è stata diffusa pochissimo,
e per ridare senso alla Giornata della Donna
vi invitiamo a partecipare alle serate del 7 e 8 marzo
Info e contatti:
Cristina Minoja 348 037 2214
Alessia Garbo 338 426 4230
Le serate sono a ingresso gratuito con tessera ARCI n.a.
DA ATEATRO
ateatro 120.3
16/02/2009
A proposito di resistenza
Perché non abbiamo fatto lo spettacolo con lo Al-Harah Theater di Beit Jala ad Alessandria d'Egitto
di Pietro Floridia
Questo mio contributo nasce dall'avere partecipato all'ultima sessione di lavoro delle “buone pratiche” e dall'insistenza con cui in quella sede tu ed altri avete insistito sul concetto di “resistere”. Anche per noi, per il Teatro dell’Argine, la parola “resistere” è fondante (non avremmo scelto di chiamarci “argine” se così non fosse). In virtù di quest’affinità, complice anche l’illuminante concetto del “farsi luogo” espresso da Marco Martinelli in quell’occasione, mi è venuto da condividere con te quanto segue.
In questi giorni avrei dovuto incontrare alcuni amici ad Alessandria d’Egitto in occasione di un festival teatrale. Eravamo stati invitati a presentare uno spettacolo fatto insieme quest’estate. E fin qui tutto bene, anzi benissimo. Il problema è che loro, gli amici, attori dello spettacolo, sono palestinesi. Si tratta dei membri dello Al-Harah Theater di Beit Jala, paesino vicino a Betlemme, da cui quest’estate io, Gigi Gherzi e altri sei membri del Teatro dell’Argine eravamo andati a fare alcuni laboratori all’interno di campi profughi e a mettere in scena un adattamento della Metamorfosi di Kakfa. Palestinesi, dicevamo, e perciò quando pochi giorni fa, si sono presentati all’aeroporto di Amman con costumi, scenografie, biglietti aerei, permessi di espatrio (concessi dalle autorità israeliane prima dei fatti di Gaza) si sono sentiti rispondere che non potevano salire sull’aereo che li avrebbe portati al Cairo. Disposizioni dall’alto (traduci: autorità giordane sotto la pressione delle autorità israeliane) Così è dopo i fatti di Gaza. Anche per chi vive in Cisgiordania, stretta di vite. Al che è iniziata una febbrile serie di telefonate perché dall’Egitto qualcuno facesse qualcosa, gli organizzatori del festival mandassero nuovamente gli inviti e le richieste di averli nel festival, insomma che facessero pressione. L’hanno fatta, invano, visto anche le autorità egiziane adesso proibiscono ai palestinesi di entrare nel loro territorio, pur per pochi giorni. E così Marina, Nicola, Riam, Raida, Fuad e Adam, hanno voltato i tacchi e come molte altre volte nella vita, se ne sono tornati a casa, chi a Beit Jala, chi a Hebron, chi a Gerusalemme Est. Mi hanno scritto “noi non possiamo venire, fatti tu qualche giorno di vacanza ad Alessandria, salutaci Sami e Mohammed che ci stanno aspettando in Egitto… speriamo che ci chiamino l’anno prossimo” - Sì e nel frattempo? Nel frattempo resistiamo.
Quest’estate ci abbiamo ragionato parecchio sul resistere durante le prove della Metamorfosi. Gregor Samsa, trasformato in scarafaggio, che cerca di resistere, di difendere anche attraverso il ricordo della musica della sorella, i brandelli di umanità che gli restano… rimanere uomo in condizioni disumane… e adesso lo scarafaggio è rispedito nella sua stanza a scarpate, guai se esce di là, guai se porta nel mondo una versione diversa da quella dominante, guai se rivendica la presenza di umanità dietro alla corazza da scarafaggio, da palestinese dunque da nemico, guai a fargli oltrepassare quella corazza, quella maschera, quel muro.
Resistere… (adattarsi o non adattarsi? Sopportare o prendere le armi? questo è il problema) cercare di “farsi luogo” pur nella prigione del muro, nella prigione della corazza che gli hanno affibbiato addosso, nella maschera da scarafaggio dietro cui urlano o cantano, invano. Vengono rispediti a scarpate dentro la stanza. Stanza che non è più loro, stanza in cui si è costretti ad arrampicarsi sulle pareti, stanza dentro alla quale stanno portando via tutto ma… ma… dentro cui è ancora possibile “farsi luogo”.
Farsi luogo numero 1: lo spazio è qualche centinaio di metri quadri all’interno di un campo profughi, lo spazio è quello mutilato da un muro alto otto metri che lo rende prigione, il farsi luogo è prendere della vernice bianca, dipingere un enorme rettangolo sul muro, staccare il generatore che dà corrente al frigo di una casa del campo, attaccarci una prolunga che attraversa una strada e porta elettricità a un videoproiettore, accendere, danzare danze della propria terra nel fascio di luce di quel video, leggere a turno poesie di Darwish grande poeta palestinese morto in quei giorni, poi vedere un film tutti assieme e infine discuterne assieme noi con i membri dell’Al-Harah Theater con i ragazzi del campo profughi che questo agosto avevano organizzato il festival di cinema “all’ombra del muro”.
Farsi luogo numero 2: lo spazio è quello di Beit Jala di qualche anno fa, durante la seconda intifada; lo spazio è diviso tra un sopra e un sotto: sotto un paesino palestinese, sopra una colonia israeliana; dalla colonia israeliana bombardano ogni notte. Lo spazio è un rifugio sotto terra dentro cui c’è un sacco di gente che dal rumore delle esplosioni sta cercando di indovinare quale edificio del loro paese è stato colpito; lo spazio è il teatro colpito da una cannonata dunque reso inservibile… il farsi luogo è trasformare il cassone del camion in un palcoscenico ambulante, il farsi luogo avviene ogni volta che in un villaggio arriva il camion dell’ Al-Harah Theater e nel giro di qualche minuto viene circondato da bambini, bambini che nonostante tutto ridono dei guai che assillano il Piccolo Leone…
Non credo che andrò ad Alessandria, le vacanze fanno male poi ci si abitua, penso invece che inizierò a sbattermi perché appena glielo permettano, possano venire in Italia i nostri amati scarafaggi, gli amici del Al Harah Theatre, maestri del farsi luogo senza avere luogo.
Finché ci saranno persone che il mio è meglio del tuo, persone che mi pulisco di più e meglio e sono più candido di te, finché ci saranno persone che questa è casa mia, e non intendono solo la costruzione, persone che credono e credono e credono che se queste sono le regole allora bisogna giocarci, e mai pensano che le regole si possono cambiare, finché ci sono persone che non sentono nessuna necessità di riflettere sulle regole, persone che danno per certo che se è così allora non può che essere così, finché ci sono persone che discutono dell'audience, che pensano di riformare, che vogliono un mercato controllato, che votano i democratici, che si appellano al buonsenso, finché ci saranno persone che parlano di meritocrazia senza però dire cosa significa 'merito', persone che il merito è produrre di più nella maniera più efficiente possibile per la nuova morale che dice semplicemente che è giusto, ma si scorda di dire per chi è giusto, finché ci saranno persone che l'unico dubbio ce l'hanno sugli altri, su ciò che hanno e potrebbero non avere, finché ci saranno persone che non si rivoltano da dentro, che non trovano schifosi i segni di pace, che non trovano ipocriti i rituali pseudodemocratici, che non trovano ripugna di sé stessi, piccoli che siamo...
io lotto, piango e vivo.
19 febbraio - SALUD - ROMA @ HOBO
20 febbraio - SALUD - FIRENZE @ CABINA TEATRALE
21 febbraio - SALUD - TORINO @ LA TOPIA
23-24-25 febbraio - SALUD - GENOVA @ HOP ALTROVE
27 febbraio - APPUNTI PER LA RIVOLUZIONE - SCHIO (VICENZA) @ ARCADIA
1 marzo - SALUD - PISTOIA @ HO CHI MIN
3 aprile - APPUNTI PER LA RIVOLUZIONE - SELVAZZANO (PADOVA) @ FACCE DELLA SCENA
2 maggio - SALUD - BENTIVOGLIO (BOLOGNA) @ ZIQQURAT
Giustificare la violenza quando è dalla parte giusta: quella di chi ha i soldi e il diritto di usarli. Giustificare la guerra: perché le guerre di solito le fanno quelli ricchi contro quelli poveri, che se son quelli poveri che fanno guerra contro quelli ricchi, non si chiamano guerre: si chiamano rivoluzioni. Lo dice la parola stessa. Se ogni cinquant'anni ci sono cento guerre, di rivoluzioni ce ne son due. Perché la norma è che i ricchi facciano il culo ai poveri, non il contrario. Se succede il contrario è una cosa da segnarsi, qualcosa di eccezionale, qualcosa che va contro l'ordine naturale delle cose, qualcosa che rivolge la natura dell'umanità, perché l'umanità deve rispondere non alle leggi dell'umanità, ma a quelle del denaro. E se per una volta, se per una fottuta volta non succede così come succede sempre, se per una volta gli esseri umani rispondono alle loro leggi e non a quelle del denaro, quella si chiama rivoluzione. Le persone si riconoscono per la prima volta, e gli estranei non sono più gli occhi dello straniero di fronte a noi, ma i pezzi di carta che ci avevano incatenato, quella carta nella tasca dei pantaloni. Allora suona strano: noi eravamo ipnotizzati schiavi di pezzetti di carta. Gli uomini che hanno creato sogni e immensità, d'un tratto schiavetti di pezzetti di carta. È strano. È forse il momento in cui la rivoluzione non sembra una cosa poi così lontana da noi, dalla natura umana.
31 gennaio – 1 febbraio @ Carichi Sospesi – PadovaNero su bianco – stage di scrittura teatrale
con Beppe Casales
Per attori e autori che vogliono sperimentare tecniche di scrittura teatrale, misurando la propria immaginazione. Per mettere su carta, e poi in scena, la storia che deve ancora essere raccontata.
Beppe Casales ha lavorato con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Michela Cescon, Stefano Rota. Ha seguito stage di drammaturgia con Laura Curino e Serena Sinigaglia. Da anni scrive e interpreta monologhi di teatro civile come 'Salud', 'Einstein aveva ragione', 'Appunti per la rivoluzione'.
costo dello stage: 50 euro
info e iscrizioni: carichisospesi@libero.it